Io e il golf di Andrea Calcaterra (Chairman Dipartimento Blind)
Il primo contatto con il golf capitò per caso nel 1961 quando, solo a 9 anni, mi portarono un pomeriggio estivo al golf club di Rapallo, per una partita di tennis con altri ragazzini che, con me, stavano trascorrendo le vacanze a Santa Margherita Ligure.
Invece di giocare a tennis, rimasi a guardare chi stava giocando a golf e cercavo di capire che divertimento avessero nel colpire una pallina con un bastone, per cercare di mandarla in una buca lontana non meno di 200 metri.
Dopo alcuni giorni tornai al golf, volli assolutamente provare a colpire la pallina e cosi incominciai a giocare.
Nel 1968, avevo già un buon hcp, almeno per quei tempi, credo 14, e si organizzò di andare a Roma per partecipare ad un corso della federazione per giovani promesse del golf, e che promesse! A memoria ricordo Baldovino Dassu, Massimo Mannelli, Stefano Manca, Federico Lang e, fra le ragazze, Eva Ragher e Federica Dassu; con mia cugina Roberta Cusi mi sentivo l’ultimo della pista.
Sotto la guida di Pietro Manca e Ugo Grapassonni, alla fine sono riuscito a ottenere il brevetto della FIG, e a entrare nel mondo del golf
La passione e la facilità con cui colpivo la pallina mi aiutarono, nel giro di 2 anni, a scendere di hcp sino a 7; cominciai a giocare con continuità.
Iniziai a vincere gare e a partecipare ai vari campionati junior, singoli e a squadre, con risultati discreti pure se non brillantissimi; fu con il 1972 che iniziai ad aggiudicarmi alcune gare di cartellone e patrocinate.
Ebbi poi un interregno agonistico, perché mi recai in Inghilterra per studio e poi per lavoro, il gioco era sempre valido, ma non potevo partecipare a gare in quanto non inserito in un circolo inglese riconosciuto dalla nostra FIG.
Al rientro da questa esperienza, nel 1976, incominciai a giocare veramente bene ed in poco tempo arrivai a 4 di hcp nazionale.
Ero arrivato ad essere fra i primi 50 giocatori italiani con hcp di interesse nazionale, e fui convocato dalla FIG a partecipare ai corsi federali, oltre alle gare di selezione per la squadra juniores.
Negli anni successivi il mio golf rimase ad un buon livello, che mi permise di disputare due internazionali d’Italia sul nostro percorso, nel 1978 e nel 1979; nel primo anno non mi qualificai, mentre nel secondo entrai per il rotto della cuffia e, già soddisfatto di questo risultato, fui sconfitto al primo turno.
Di quegli anni ho due episodi che ricordo con piacere: il primo è la finale di campionato sociale disputata contro “Rik” Riccardi, che ci vide combattere per 37 buche con un gioco brillante e una continua emozione, perché lo score era sempre in bilico, un momento a favore dell’uno un momento a favore dell’altro, alla fine l’ha spuntata Rik con un superbo birdie alla 37 (la 1). Tanto di cappello!
Il secondo fu un’altra finale, questa volta di Coppa del consiglio, disputata in coppia con mio cugino Arturo nel 1982 contro due volponi, oggi non più fra di noi: Giorgio Bernardelli e Riccardo Gallieni; anche in questa occasione lo score rimase in bilico sino alla 18, quando sul green eravamo in perfetta parità e chi fra Gallieni e me imbucava per il birdie vinceva. Questa volta la fortuna fu dalla mia e imbucai il putt da due metri mentre Gallieni, forse sotto pressione, rimase sulla buca.
Così, a distanza di 10 anni, scrivevo ancora il mio nome sul tabellone.
Per una serie di motivi, che non sto a elencare, ho rallentato negli anni successivi l’attività agonistica, limitandomi a sane partite con gli amici quando potevo, poi il destino ha voluto che mi ammalassi agli occhi, e man mano che passava il tempo mi rendevo conto che la mia vista stava diventando precaria.
Nel 1998 la persi definitivamente.
Scherzando, agli amici che mi chiedevano che cosa mi mancasse di più, solevo rispondere: «Il golf». La passione mi convinse che l’unico sport che potevo praticare da non vedente fosse proprio il golf.
La domanda che mi posi fu: «Chi mai mi avrebbe dato retta quando avessi mai preso di nuovo il bastone in mano?» A convincermi fu ancora mio cugino Arturo che, pazientemente, mi portava ogni domenica a Lainate a fare un po’ di pratica. Poi incontrai il maestro Ettore Della Torre, che assolutamente volle farmi delle lezioni per farmi giocare di nuovo. Cosi ho ricominciato a praticare.
Incontrai un giorno Roberto Caja, che aveva fondato assieme a Danilo Redaelli, la Federazione Italiana Golf Disabili. Da quel momento mi si aprì un nuovo mondo.
Infatti, dal 2003, incominciai a partecipare alle gare internazionali organizzate dall’European Disabile Golf Association, sia in Europa che in Italia.
Sarà stato il caso, la minor concorrenza, ma sta di fatto che in tre anni di gare ho vinto due volte l’Open Internazionale d’Italia (categoria blind) a Rimini e a Lignano, un secondo posto all’Open di Spagna nel 2004, tre campionati italiani, sempre disputatisi al golf di Collina del Gavi, oltre al campionato europeo di Rapallo nel 2005.
Al di là delle vittorie, che comunque hanno contribuito ad alimentare la voglia di continuare a giocare, la soddisfazione maggiore è stata quando sono riuscito ad acquisire di nuovo l’hcp di gioco.
A lato di queste nuove esperienze che mi hanno gratificato, sono entrato a far parte del consiglio della nostra piccola Federazione, con l’intento di avvicinare al golf altre persone non vedenti e già ho organizzato una serie di giornate dove, con l’aiuto dei responsabili del gruppo sportivo non vedenti di Milano, sono riuscito a far giocare una decina di persone che condividono con me lo stesso problema. Un successone, tutti sono riusciti a colpire la pallina, e poi si sono divertiti sul putting green.
Sempre in sintonia con la nostra Federazione, sono riuscito a contattare l’Organizzazione Internazionale Golf Non Vedenti, a cui mi sono iscritto.
Se gli amici oggi mi ponessero la stessa domanda che mi fecero quando rimasi cieco, «Andrea che cosa ti manca di più?», seriamente risponderei: «Un bell’eagle alla 17 di Villa d’Este».




